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IL CASO DELLA BAMBINA SPERDUTA

Al centro della scena una vecchia signora travestita da ragazza racconta i suoi confusi pezzi di vita, mentre un giovane ragazzo vestito da adulto ascolta, prende appunti, entra a far parte della messa in scena. Buoi in sala. Così le parole scritte del romanzo di Monica Joris prendono corpo in un unico atto teatrale, sospeso nel racconto di una vita perduta in un’Isola che non c’è, perduta sulle strade di una violenta realtà. La storia della protagonista si confonde, si spezza, si ricompone e tocca al giovane studente di psichiatria riportare le fila del racconto in uno scenario di realtà, per poi rifrantumarlo contro il “muro invalicabile della Follia che ostacola l’accesso alla verità”.

Un non dialogo, ma un avvicinamento sensoriale avviene fra i due protagonisti, una alla ricerca disperata di gridare il silenzio della sua verità e l’altro alla scoperta dell’inquieto vivere dell’ umana follia. Le loro vite si sfiorano, e Giacomo prova a toccare i buchi neri di Carmela, che attraggono e distruggono ciò che li circonda, assaggia i “vuoti incolmabili” che disperdono le vite degli esseri.

L’autrice Monica Joris con decisa delicatezza costringe il lettore ad incuriosirsi della vita della protagonista, destrutturalizzando il racconto, frantumando e ricucendo i pezzi di vita di Carmela. Fa indossare alla sua protagonista i vestiti di scena con cambi repentini schizofrenici imbevuti di apparente alogicità attoriale. Non fa nessun sconto rassicurante alla sua protagonista. Racconta la sua follia, non seduta alla scrivania, ma prendendo anch’essa la ”polverina magica”, alzandosi da terra in volo per la sua Isola che non c’è, verso la fatale brutalità di un Peter Pan padre assassino. Monica raccoglie con fiabesca immaginazione l’urlo sordo della protagonista bambina dalla bocca sporca di violenza umana, per poi restituire al lettore l’agghiacciante verità di una donna “perduta” nel ricordo dell’angoscia di una tavola mai appropriatamente apparecchiata in cui “se non apparecchi, nessuno può mangiare, se nessuno mangia tutti rischiano di morire”. Monica riprende l’antica amletica domanda: “Essere o non essere” e la ripropone in un unico atto, racconto di un coinvolgente viaggio in una lucida mente folle. La scrittura di Monica porta le buone scarpe di una ricercatrice di parole di sostanza narrativa, con qualche ingenuità di scrittrice che non entra in accademia ma batte le strade della vite dei suoi personaggi.

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N.B. Il libro non è disponibile in libreria, perché è auto-prodotto. Per prenotarne una copia, su fiducia, rivolgetevi al blog.

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